Solo i fuoriclasse riescono a ribaltare l’evidenza. E Lewis Hamilton sicuramente lo è. O, almeno, lo è stato. Il campionissimo inglese, in cuor suo, crede ancora di potersi ricavare un palcoscenico nella leggenda decisamente più prestigioso di quello dove è seduto ora, cioè sul trono di «pilota più vincente di tutti i tempi» nei 75 anni di storia della Formula 1. Per centrare l’obiettivo, il fenomeno britannico ha un colpo solo in canna: vincere l’ottavo titolo mondiale con la Ferrari, lasciando l’altro ferrarista doc, Michael Schumacher, a quota sette. Ogni altra performance sarebbe tempo perso, anche la piazza d’onore nella classifica finale che per quest’anno è pura fantascienza.
Arrivando secondo renderebbe inutile il trasferimento a Maranello dopo una vita fra Inghilterra e Germania: niente “otto volante” e un pieno di delusione al pari di altri due fenomeni come Alonso e Vettel. Fernando e Sebastian, infatti, non sono riusciti a conquistare l’iride nella Motor Valley dopo averne messi in bacheca più di uno con altri team prima di sbarcare in Italia e vestirsi di rosso, la certificazione del mito. Aprendo l’ultima disastrosa settimana che ha anticipato la pausa estiva e fatto perdere, almeno apparentemente, la fiducia in se stesso, Lewis sembrava nutrire ancora sogni di gloria. Gli stessi pensieri che, alla soglia dei quarant’anni, lo avevano spinto a voltare pagina aprendo una seconda vita.







