È un peccato che i gestori di stabilimenti balneari italiani, a dicembre scorso, non abbiano letto il cinquantottesimo rapporto Censis. Sarebbe stato uno strumento utile prima di fissare i prezzi di ombrelloni, lettini e insalate capresi. Non è detto, ma forse con un bagno di realismo avrebbero evitato il crollo di presenze sui bagnasciuga tra il 20 e il 30 per cento, tendenza da pandemia agostana di cui si è molto discusso in questi giorni, accompagnata, pare, da una riscoperta della montagna.
Ma in Italia, si sa, l'informazione è sottovalutata. E, di conseguenza, si fanno scelte sbagliate. Quel rapporto certificava le difficoltà della classe media, che è poi quella che fa la differenza nei consumi di massa, visto che il 60,5 per cento degli italiani si sente tale. Ora, questa amplissima fascia di popolazione avverte un senso di declassamento sociale.
Il problema è il reddito reale, che si sta progressivamente indebolendo, nonostante quello nominale sia in crescita. Gli aumenti contrattuali non hanno recuperato l'inflazione, la pressione fiscale è ancora significativa, il potere d'acquisto è un po' come le spiagge di questi tempi: depresso.
Gli esodi dell'Italia del boom sono ormai preistoria, ma anche le lunghe, grasse estati degli anni Novanta e le invasioni (spesso barbariche) dei primi Duemila.











