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Da bambino, quando mi portavano in campagna, non volevo tornare a casa. Dove c’erano bestie, boschi, campi, torrenti da guadare, pagliai nei quali sprofondare, pollai nei quali insudiciarsi, mi sentivo felice. Nella mia dimensione. I cani, specialmente i cani, mi attraevano come se fossi cane anche io. Ricordo ancora tutti i nomi dei cani della mia infanzia, Flick, Heidi, Tell, Ferro, Cocky, Arno; nella casa milanese dove sono cresciuto non ce n’erano (mia madre non amava gli animali), ma ho passato vacanze lunghe e brevi a stretto contatto con i cani degli altri. Riuscivo ad avvicinare perfino i cani alla catena, usanza biasimevole del mondo rurale non ancora debellata, vincendo la loro e la mia paura. Cani da pastore, da salotto, da caccia, da guardia, ogni cane era mio fratello – e lo è tuttora.

Se esiste un’indole (una serie di inclinazioni e di attitudini innate), la mia è vivere in stretta connessione con la natura. Le bestie e le piante. Semmai serbassimo memoria di vite precedenti, io devo essere stato montanaro, agricoltore, taglialegna, guardaboschi, zoologo, cacciatore, pastore, botanico, naturalista – comunque qualcuno con le mani e lo sguardo affondati nella materia viva che ricopre la superficie del pianeta. Quando sono in città, la natura mi manca fisicamente. Per questo parlo di indole: per me la natura è una necessità sentimentale, oltre che un’esigenza fisica. Non è mai stata una scelta culturale.