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Ultimo aggiornamento: 9:37
C’è qualcosa di insolito, addirittura inedito, nel comunicato diffuso dal ministero dell’Intelligence iraniana lo scorso 28 luglio, pochi giorni dopo la fine – o la tregua – della guerra di 12 giorni con Israele. All’indomani di un attentato terroristico – 9 morti – rivendicato dai jihadisti di Jaish Al Adl in un tribunale di Zahedan, capoluogo della regione del Balucistan, al confine col Pakistan. Nel report, diffuso dall’emittente Irib, le autorità iraniane non si limitano ad elencare una serie di operazioni di controspionaggio condotte prima, durante e dopo la guerra con Israele, durante le quali sarebbero stati arrestati centinaia di miliziani “salafiti-takfiri” e sequestrato un numero imprecisato di carichi di armi, sia nello stesso Balucistan che nelle regioni occidentali a maggioranza curda, ma segnalano di fatto l’emersione di una nuova e fino a poco tempo fa impensabile minaccia, cioè quella proveniente dalla nuova Siria, fino allo scorso anno solido alleato di Teheran.
Una minaccia a cui a dire il vero aveva già accennato il quotidiano Mashreg, menzionando un “triangolo di minacce” – da parte curda, baluci e siriana, col sostegno americano ed israeliano -, nonché il progetto jihadista-takfiri di un “nuovo califfato” da esportare anche in Iran. Il report dell’Intelligence menziona infatti tra le altre l’individuazione di una “cellula di circa 150 elementi” con base in Siria, “pronti ad attaccare l’Iran avvalendosi della collaborazione di gruppi insorgenti” – tra cui movimenti curdi – localizzati lungo il confine occidentale iraniano, ed in generale inscrive e riconduce questi movimenti all’interno di una tattica destabilizzatrice di Israele, che li sosterrebbe. Se è vero che l’agenzia di stampa iraniana SNN già lo scorso 9 luglio parlava della Siria come di un nuovo “paradiso per lo spionaggio israeliano”, è sensato segnalare come Damasco sia passata in poco tempo dall’essere una componente geografica e logistica della “profondità strategica” dell’Iran, funzionale al sostegno e all’assistenza di gruppi alleati in funzione anti-israeliana, all’esatto contrario, ossia un Paese militarmente “neutralizzato” da Tel aviv, e di fatto quasi sotto il suo controllo.






