Ho grande stima dei medici, ne ho incontrati di eccellenti nella mia vita. Professionisti appassionati che hanno speso lunghi anni su tomi e provette e sono approdati in corsia a costo di enormi sacrifici. Spesso sottopagati. Sicuramente sfruttati. Spendono le notti e le energie cercando di salvare la pelle ai pazienti e taluno finisce per buscarle da gentaglia ignorante convinta che il dottore sia come il santo guaritore del villaggio e debba miracolare tutti, anche i casi disperati, in cambio di voti e di un’offerta congrua alla beneamata parrocchia. Quello che non sapevo è che la categoria fosse oberata dall’attività amministrativa al punto da veder sacrificata la propria professione e buttare via il tempo, nel senso letterale del termine. L’effetto è quello che in gergo si chiama burnout medico da burocrazia, inglesismo che non amo particolarmente sfoggiare ma traduce bene l’esaurimento fisico e mentale causato da stress lavorativo. Affligge in particolar modo gli oncologi che curano il cancro. Entrano in ospedale all’alba e ne escono a sera inoltrata. Ma il 41% della loro giornata se ne va in attività amministrative. E solo il 59 per cento nella cura effettiva del paziente.