BELLUNO - Un moscerino, piccolo così. È lui il vettore. Portatore di quella malattia della lingua blu – o febbre catarrale ovina, la “blue tongue” – che sta preoccupando non poco gli allevatori dell’Alpago. Forse giunto dal Friuli dove, a luglio, si era registrato un focolaio? Non è chiaro. Certo è che il primo passo che viene suggerito agli allevatori è di utilizzare, direttamente sugli animali, dei repellenti. Per passare, poi, alla strategia vincente: la vaccinazione dei capi. Stamattina (venerdi, ndr) arrivano all’Ulss Dolomiti le prime 650 dosi di vaccino che i veterinari metteranno a disposizione. Ad essere coinvolti sono 4000 capi in 90 allevamenti (la maggioranza con solo una ventina di ovini), divisi tra i tre Comuni della Conca. «Vogliamo dare rapida risposta, con attenzione ai piccoli allevatori. Il consumatore deve sapere che la malattia della lingua blu non è trasmissibile all’uomo e il consumo di carni ovine è assolutamente sicuro», ha affermato Giuseppe Dal Ben, nell’incontro che ha evidenziato lo stato dell’arte.
I morti sono una cinquantina di ovini, più una ventina di yak. Fino a ieri (alle 12) non si era aggiunto alcun focolaio ai 14 noti (12 di ovini + 2 di yak). «L’ondata di febbre catarrale degli ovini è partita venti giorni fa – ha precisato Gianluigi Zanola, direttore dei Servizi veterinari dell’Ulss 1 Dolomiti – si tratta di un sierotipo, l’ 8, più aggressivo di quello che colpì nel 2016, quando ci fu da noi la prima invasione di virus, però con pochi capi morti». Zanola ha sottolineato il fatto che la malattia non sia più considerata “esotica”, ma “endemica”. Ciò porta restrizioni meno pesanti per gli allevatori. A proposito degli yak (è colpito l’allevamento sul Monte Rite) ha affermato che «è più sensibile degli altri bovini».







