Caro Aldo,

a Gaza si muore e qui in Italia si discute. David Grossman parla di genocidio, Liliana Segre non è d’accordo. Sembra che nessuno possa esprimere un’opinione senza essere arruolato in uno dei due campi. Sono disorientata. Lei che ne dice?

Silvia Gatti

Cara Silvia,

Delle tragedie è giusto che si parli, e anche che ci si divida. Del Medio Oriente in generale e di Israele e Palestina in particolare per anni si è parlato pochissimo. La situazione si è incancrenita. Se il resto del mondo, dai governi alle opinioni pubbliche, avesse seguito con più attenzione quello che stava accadendo, forse sarebbe stato possibile evitare il peggio. Ora invece sono diventati tutti grandi esperti. A costo di sovvertire le regole stesse della comunicazione. È ovvio che le parole sofferte del più grande scrittore israeliano, che ha perso un figlio in guerra, hanno un peso diverso da quelle di un passante. E lo stesso vale per una senatrice a vita sopravvissuta ad Auschwitz. Invece il 99 per cento di chi interviene maledicendo gli altri e convinto di possedere la verità non è mai stato in vita sua in Israele, se non nella migliore delle ipotesi a prendere il sole a Eilat, e tanto meno nei Territori occupati, dove chiunque abbia un minimo di sensibilità non può che provare angoscia e dolore. Qualcuno invece è arrivato a mettere sotto accusa il nostro Lorenzo Cremonesi, che in un Paese consapevole di se stesso sarebbe celebrato e ringraziato come eroe dell’informazione, sempre in prima fila a rischio della vita, in passato rapito a Gaza. Il punto è che a molti — sia tra i pro Pal sia tra i sostenitori a oltranza di Israele — di Gaza e in generale dei fatti non importa nulla; importano solo le ideologie e la visibilità. Hamas ha commesso un crimine e un errore con il massacro del 7 ottobre. Netanyahu ha commesso a sua volta un crimine e un errore reagendo al 7 ottobre esattamente come le menti del 7 ottobre contavano che reagisse. Hamas si è fatta scientemente scudo dei civili. Israele ha eliminato scientemente civili. Questo non vuol dire che Hamas, organizzazione fondamentalista, sia sullo stesso piano del capo di un governo che ha vinto le elezioni. Ma proprio per questo cavarsela dicendo «sto con Israele e contro Netanyahu» è complicato. Abu Mazen non convoca le elezioni da anni perché teme di perderle. Israele ha votato molte volte in pochi anni perché non ha trovato un’alternativa a Netanyahu considerata credibile dalla maggioranza. Finora nei due campi sono prevalsi gli estremisti. Vedremo se due popoli provati dalla guerra sapranno liberarsene e scegliere una leadership diversa.