Gli intellettuali italiani fanno schifo. Eh, Capezzone, ma quanto è rozza questa generalizzazione. Obiezione accolta. Cerchiamo allora di circoscrivere e circostanziare meglio l’accusa: gli intellettuali progressisti fanno particolarmente schifo.

Fatte salve eccezioni individuali, è lì- in quella cerchia, in quell’autoproclamata aristocrazia culturale ed etica - il peggio del paese, la sua riserva di conformismo, di settarismo (travestito da finta tolleranza), di faziosità ideologica (mascherata da “impegno”). L’aveva capito Pier Paolo Pasolini, che scagliò contro quella supercasta un autentico anatema. Ridiamo la parola a lui, a PPP: «Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter» [...]». Geniale e intuitivo, Pasolini sa di scandalizzare: «So che sto dicendo delle cose gravissime [...]. Io vi prospetto [...] quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova “trahison des clercs”: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime [...]». Conclusione feroce e lucidissima: «Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come nuovi chierici». Pasolini, in particolare, si riferiva al rischio di una propensione all’omologazione travestita da difesa delle diversità.