Sui dazi tra Stati Uniti ed Europa, l’accordo al 15% siglato da Ursula von der Leyen con Donald Trump non sarà un successo, ma è certamente una tregua intelligente.

I dazi restano negativi per definizione, questo è chiaro. Ma il tetto del 15% è una soglia che possiamo gestire. E poteva andare molto peggio: abbiamo evitato una guerra commerciale che avrebbe colpito duramente le nostre filiere, come abbiamo già discusso ampiamente negli ultimi mesi.

Per iniziare, un veloce esercizio aritmetico riformulando i dati dell’export nel primo trimestre 2025: il Lazio ha esportato beni verso gli USA per oltre 1,6 miliardi di euro. Con dazi al 15%, l’impatto stimato sarebbe di circa 242 milioni di euro, con effetti significativi sul farmaceutico (144 milioni) e sull’aerospaziale (41 milioni). Anche a Roma il quadro è rilevante: applicando la stessa percentuale sui 771 milioni di export, i dazi comporterebbero un impatto di oltre 115 milioni, con ricadute particolarmente forti sui comparti hi-tech e sull’agroalimentare.

L’aumento dei costi sarà un esercizio di equilibrio difficile, ma non insostenibile. Il made in Italy ha leve uniche: qualità, posizionamento, filiere capaci di adattarsi. E non siamo soli: il 15% colpisce tutti gli esportatori europei, mantenendo inalterata la competitività italiana.