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La settimana scorsa Giorgia Meloni ha fatto due importanti viaggi: giovedì è andata a Cartagine, in Tunisia, a incontrare il presidente del paese Kais Saied; venerdì a Istanbul, dove ha avuto un colloquio col presidente turco Recep Tayyip Erdogan e con il primo ministro del governo di unità nazionale libico Abdul Hamid Dbeibah. Entrambi sono stati gestiti in un modo assai inusuale: la presidenza del Consiglio ne ha dato notizia solo poche ore prima (nel caso del viaggio in Tunisia, una manciata appena), inserendoli nell’agenda istituzionale a ridosso della sua partenza, e rendendo molto difficile per i giornalisti seguire Meloni, come abitualmente avviene in queste circostanze. Non a caso, a Cartagine non c’era nessun cronista al seguito.
Questa segretezza si spiega in parte col fatto che i viaggi sono stati organizzati all’ultimo e con una certa fretta. C’è poi da tenere conto della delicatezza dei temi trattati e della complicatissima situazione politica che c’è in Tunisia e in Libia: anche questo ha suggerito a Meloni discrezione. In parte, però, ci sono anche questioni più spicciole, che hanno a che vedere coi timori della presidente del Consiglio rispetto alla possibilità che la questione migratoria assuma eccessiva visibilità nel dibattito pubblico, evidenziando l’affanno del governo nel gestirla.












