Due pagine sono lo specchio delle condizioni pietose in cui versa la giustizia italiana. Due pagine sono la testimonianza dei danni che provoca l’invasione dei tribunali nel campo della politica. Due pagine sono il funerale del concetto di interesse nazionale. Due pagine screditano lo Stato a livello internazionale. Due pagine impongono una riflessione al più alto livello istituzionale sul funzionamento della giustizia. Sono le due pagine con cui il tribunale dei ministri ha archiviato in maniera tartufesca la posizione di Giorgia Meloni nella vicenda Almasri, lasciando il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano “in attesa di giudizio” che (si suppone, visto che a loro in maniera del tutto irrituale nulla ieri è stato notificato) sarà quello di una richiesta di processo che dovrà passare necessariamente per il voto del Parlamento.
L’archiviazione della posizione del Presidente del Consiglio è stupefacente, i giudici - con un argomentare giuridico che sembra l’esercizio di un fachiro sui chiodi - affermano che Meloni non era stata informata dai ministri Nordio e Piantedosi e dal sottosegretario Mantovano sull’espulsione di Almasri in Libia. La sentenza tradisce una completa ignoranza di come funziona il governo Meloni, quali sono le prassi consolidate a Palazzo Chigi, come lavora la premier e quali sono i rapporti con i suoi più stretti collaboratori. Parlo per esperienza diretta: non c’è alcuna possibilità che Meloni non sappia cosa accade e soprattutto non c’è questione strategica che non sia vagliata, approvata o respinta dalla Presidente del Consiglio. Giorgia Meloni è un leader esecutivo, la premier non delega l’esercizio delle decisioni su questioni che riguardano l’interesse nazionale. Il processo decisionale di Palazzo Chigi è quello di una “monarchia costituzionale”, ogni singolo dossier viene esaminato con cura dagli uffici, la documentazione viene raccolta nel dettaglio e in schede di sintesi, questo “modus operandi” riguarda anche le situazioni di crisi che richiedono una decisione rapida. Il caso Almasri non poteva sfuggire a questa prassi, per la semplice ragione che la regola è solo una e non può essere derogata: l’ultima parola è sempre del Presidente del Consiglio. Ignorare tutto questo è semplicemente impossibile, anche da parte dei giudici.














