Giorgia Meloni ha ragione sul caso Almasri, e anche torto. Ha ragione quando dice che i suoi ministri hanno agito per «tutelare il Paese». Ma ha torto quando aggiunge che la richiesta del processo da parte del Tribunale dei ministri è parte di un «disegno politico» della magistratura contro il governo. Sul primo punto: sembra molto difficile immaginare che Nordio, Piantedosi e Mantovano abbiano rilasciato e rimpatriato il «generale» libico, accusato di crimini orribili dalla Corte penale internazionale, perché gli stava simpatico, erano in affari con lui e ne erano stati corrotti, o per accrescere la loro popolarità.

L’hanno fatto perché temevano ragionevolmente, su segnalazione dei nostri servizi segreti, vendette anti-italiane da parte della milizia di cui quel brutto ceffo era a capo, e che nello stato semi-fallito di Libia detiene un notevole potere di ricatto basato sull’uso della forza.

Del resto, era accaduta da poco una vicenda per molti aspetti istruttiva. Il regime dell’Iran aveva arrestato (rapito) la nostra Cecilia Sala per ritorsione: perché in Italia era detenuto, su richiesta della giustizia statunitense, l’«ingegnere dei droni», un cittadino iraniano accusato di terrorismo. Che cosa ha fatto il governo in quel caso, con l’unanime consenso del Parlamento? Ha chiesto agli Usa di chiudere un occhio e ha rilasciato l’iraniano, restituendo così la libertà alla nostra connazionale.