«Siamo proprio sicuri che abbia subìto tutte queste ingiustizie?». «Questa non ha subìto un bel niente, trattasi dell’ennesima sionista in giro per il mondo che magicamente si ritrova all’interno delle istituzioni, che schifo». «Va a finire che non è veramente quella che dice di essere». «Ma che cosa deve dire una che ha fatto della storia un modo per guadagnare?». «Segregenocidatela…».
Nella grandine di insulti digitali piovuti su Liliana Segre per la sua ultima intervista su Israele, una gran parte si concentra nel negare la verità dell’Olocausto, il genocidio degli ebrei; e dunque nel condannare come impostora una sopravvissuta ai campi di sterminio.
Gli «odiatori» finiscono così col darle perfettamente ragione, là dove la senatrice a vita afferma che la definizione di «genocidio» per i crimini di Israele a Gaza «è usata per vendetta». Dietro l’«isterica insistenza» su quel termine — dice — «si percepisce chiaramente un sottofondo di questo tipo: “mi avete seccato per decenni con il Giorno della Memoria? E adesso mi prendo la rivincita e vi grido in faccia genocidio, genocidio, genocidio”». Ufficializzare un altro genocidio, stavolta a opera degli ebrei, è infatti il modo più efficace per negare l’unicità dell’Olocausto, banalizzarne l’orrore indicibile, e dimenticarne dimensioni e natura oltre ogni possibile paragone: tutto ciò che ha spinto il mondo a dire «mai più».














