«Tradurre è riscoprire la scrittura» recita un verso di Nicola Gardini tratto da Tradurre è un bacio (Ladolfi, 2015), raccolta di poesie in cui l’autore indaga cosa significhi trasporre un’opera letteraria in un’altra lingua, riflessione che diviene il motore di moltissime altre, sulla poetica, sul linguaggio, sull’amore... le analogie e le metafore sbocciano a ripetizione. «La traduzione ha trasformato il mio rapporto con la scrittura» si legge in un altro elegante, sorprendente libro, questa volta sotto forma di una collezione di saggi di Jhumpa Lahiri: Perché l’italiano. Storia di una metamorfosi. Anche qui tradurre e ragionare sulla traduzione diventa un ottimo angolo visuale per cercare di capire cosa sia la letteratura, la poesia, l’autorialità. «Penso che scrivere e tradurre siano due aspetti della stessa attività, due facce della stessa medaglia, o forse due bracciate che, esercitando forze distinte ma complementari, mi consentono di nuotare coprendo distanze maggiori, e più abissali profondità, attraverso l’elemento misterioso della lingua» annota l’autrice.

Nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, si definisce «orfana» dal punto di vista linguistico e - dopo aver passato una vita a tradurre, in modo quasi inconsapevole, tra la cultura dei suoi genitori e quella del suo Paese - ha deciso di mettersi a scrivere in italiano, una lingua che amava senza averne possesso (e dunque era nella condizione di amare davvero). Un’esperienza che è stata un’occasione di libertà e di scoperta di una sé stessa potenziale. «”Perché l’italiano?” Per aprire le porte. Per vedere diversamente. Per innestarmi in altro. Tutto qui», risponde, usando la bellissima metafora dell’innesto: «una lingua, perfino una lingua straniera, è qualcosa di talmente intimo che entra comunque dentro di noi. Diventa una parte del nostro corpo, della nostra anima. Si radica nel cervello, esce dalla bocca. Col tempo si annida nel cuore. L’innesto che ho fatto mette in circolo un nuovo idioma, nuovi pensieri dentro di me». Metafora che ha anche una valenza politica: innesti sono pure gli immigrati che contribuiscono a dare vita a una nuova società. «Il concetto di innesto è un modo di capire un impulso umano, universale. Spiega il motivo per cui ognuno di noi cerca altro e di più, e spiega anche il meccanismo. Si può cambiare città, cittadinanza, corpo, viso, sesso, famiglia, religione. Attraverso l’innesto possiamo rifiutare le nostre origini, oggi più che mai. Benché un innesto sia un processo naturale il risultato può essere percepito come forzato, poco autentico. Chi lo subisce o chi lo opera (anche su se stesso) è visto con sospetto». Tuttavia, osserva Lahiri, per andare avanti, per sviluppare una civiltà, «è necessario cambiare la fonte di nutrimento».