«Traduco dunque sono» scrive Jhumpa Lahiri in Perché l’italiano (Einaudi, pagg. 228, euro 19, 50, con traduzioni di Tiziana Lo Porto, Fabio Pedone, Stella Sacchini e Domenico Starnone), una raccolta di saggi sulla traduzione e l’autotraduzione. Nata a Londra da genitori bengalesi, cresciuta negli Stati Uniti, fin da bambina si è posta problemi di traduzione tra il bengalese, lingua di sua madre, e l’inglese imparato a scuola. Fino a che, per amore della lingua italiana, ha deciso di vivere a Roma, e iniziare addirittura a scrivere in italiano. In questa lingua sono nati Dove mi trovo, In altre parole, e la sua prima raccolta di poesie Il quaderno di Nerina (tutti pubblicati da Guanda). Lahiri ha anche iniziato a tradurre libri altrui: alcuni romanzi di Domenico Starnone, come Lacci, o Scherzetto, ed è ora impegnata nella traduzione inglese a quattro mani delle Metamorfosi di Ovidio.

Lei scrive in Perché l’italiano che «La traduzione ha trasformato il mio rapporto con la scrittura». Come?

La traduzione permette un canale più diretto con la scrittura, riesce proprio a vivere un testo. È un’altra esperienza rispetto alla lettura, che è più passiva. Traduzione è ricreazione della scrittura, è la scrittura. Tradurre è riscrivere, bisogna scegliere ogni parola, sistemare ogni frase. In poche parole tradurre vuol dire imparare a scrivere. È veramente straordinario: si entra nei libri di altri scrittori in un modo che altrimenti non si sarebbe sperimentato. Tradurre alcuni libri di Domenico Starnone in inglese mi ha portato dentro a un altro mondo, il suo mondo, un mondo semantico, sintattico. Mi ha dato un contatto diretto con un altrove che dà nutrimento a chi scrive.