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16 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:00

Se è vero che l’unica patria di un essere umano è la lingua, allora la migrazione non è che un fenomeno interiore, e i confini geo­grafici non sono altro che invenzioni. Lo sa bene chi scrive, so­prattutto chi scrive poesia: chi compone versi si colloca sempre al di là di una prima lingua, di una lingua materna, del suo incantato universo di suoni e silenzi, per inquietare la propria frontiera linguistica e avventurarsi in una selva sonora e semantica inesplorata. Questa dinamica di stra­niamento si verifica all’ennesima potenza in certe poetesse che abitano lingue imposte dal passato coloniale dei loro paesi e che, dentro quelle lingue, creano nuovi spazi espressivi, spazi di ibri­dazione e contaminazione, possibilità inedite. Accomuna queste poetesse la ricerca di una voce propria e la domanda spasmodica: chi sono io? Il corpo che mia madre ha messo al mondo o quello che scelgo di essere, allontanandomi dalle mie radici per poi ritrovarle, cambiate eppure identiche?

È da questa domanda tormentosa che prende le mosse la poesia di Imtiaz Dharker, autrice inglese di origine pakistana. È come se ricono­scesse alle proprie origini una sorta di marchio minoritario: mal­grado il “trapianto” in terra, e lingua, inglese, i nuovi getti che spuntano dal suolo resteranno sempre estranei. Non bastano le radici «a sei piedi di profondità» per superare una condizione endogena di minoranza, per non sentirsi più «fuori luogo, / come una poesia tradotta male». E allora non c’è rimedio a questa esi­stenza diasporica? Forse no, sembra dirci la poetessa, o forse è proprio quest’inap­partenenza congenita la condizione necessaria per poter scrive­re, e scrivere poesia.