«L’annuncio di Trump sui due sottomarini nucleari americani spostati vicino alle coste russe è un’operazione esclusivamente cosmetica. Una dichiarazione di significato soltanto politico, per fare scena». È drastico Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali (CeSI).

Sul piano militare, separato da quello politico, avvicinare i sottomarini alla Russia ha un senso qualunque?

«Assolutamente no. Gli americani hanno tre tipi di sottomarini nucleari. Quelli da attacco hanno lo scopo principale di colpire i sottomarini nemici. Poi ci sono le unità lanciamissili a medio raggio, cioè quelle che con i missili Tomahawk hanno colpito i centri atomici iraniani. E infine ci sono i sottomarini lanciamissili intercontinentali, classe Ohio, che possono colpire la Russia (o altri nemici) anche da 13 mila chilometri con testate nucleari. Per ognuna di queste classi di sottomarini avvicinarsi alle coste russe tanto per farlo non ha il benché minimo senso».

Cominciamo da quelli di attacco. Che ragionamenti possiamo fare al riguardo?

«Non è che i sottomarini vadano in mare a zonzo. Ciascuno ha una missione precisa. Quelli di attacco hanno come missione principale quella di cercare i sottomarini lanciamissili russi, senza farsi scoprire, per cercare di distruggerli, in caso di guerra, prima che lancino i loro missili con testate nucleari verso l’America. Ogni missione è attentamente pianificata. Spostare i mezzi subacquei vuol dire che non svolgono più la loro missione».