Donald Trump muove i sottomarini nucleari. E lo fa in risposta alle nuove minacce di Dmitry Medvedev, l’ex presidente russo e oggi vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, un tempo considerato moderato ma diventato poi il megafono delle pulsioni nazionaliste guerrafondaie e antieuropee del Cremlino. Nessuno prendeva sul serio le sue intemperanze verbali, finché Trump ha deciso che era arrivato il momento. «Ho ordinato che due sottomarini nucleari vengano posizionati nelle regioni appropriate - scrive su Truth Social - nel caso in cui queste dichiarazioni sciocche e incendiarie fossero qualcosa di più di semplici parole». Medvedev aveva definito «minaccia diretta» i 10 giorni di ultimatum di Trump a Mosca per il cessate il fuoco (pena le sanzioni secondarie). «La Russia non è Israele né l’Iran. Ogni nuovo ultimatum è un passo verso la guerra con gli Usa stessi». Aveva ricordato a Trump i film sugli zombie ed evocato la «mano nera», il meccanismo semi-automatico di risposta nucleare dell’ex Urss. «Le parole sono importanti – scrive Trump - e possono portare a conseguenze indesiderate. Spero non sia questo il caso».
Il tutto accade mentre Putin rivendica la conquista di Chasiv Yar, nel Donetsk, e rilancia la narrativa sulla «possibile pace duratura» a patto che si accettino «le condizioni della Russia». Ovvero: il riconoscimento della sovranità russa sulle Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhia e Crimea, e la neutralità e il disarmo di Kiev. «I nostri obiettivi restano invariati», dice Putin accanto al leader bielorusso Lukashenko, suo alleato, nel Monastero di Valaam. «Auspichiamo colloqui nel quadro della sicurezza europea nel suo insieme». Il presidente ucraino Zelensky, di rimbalzo: «Se la Russia vuole davvero porre fine alla guerra con dignità, allora l’Ucraina ribadisce la disponibilità a un incontro diretto tra leader, tutti sanno chi prende le decisioni. Ma non si tratti solo di guadagnare tempo o ritardare le sanzioni. Serve disponibilità vera da parte russa». Ad alzare la tensione è l’entrata in servizio del missile balistico ipersonico Oreshnik, testato contro strutture militar-industriali a Dnipro lo scorso novembre. «È già stato prodotto in serie – informa Putin – e verrà schierato in Bielorussia entro fine anno, è già nella disponibilità dell’esercito». Poi ne elogia le capacità: le testate multiple colpiscono il bersaglio a una velocità fino a Mach 10, sfuggendo all’intercettazione, il loro uso multiplo in un attacco convenzionale può essere devastante quanto un attacco nucleare. Putin avverte l’Occidente che potrebbe utilizzare l’ipersonico contro gli alleati Nato dell’Ucraina che hanno autorizzato l’uso in territorio russo dei missili a lunga gittata. Il capo delle forze missilistiche di Mosca spiega che l’Oreshnik, che può trasportare testate convenzionali o nucleari, ha una gittata in grado di raggiungere tutta l’Europa, potendo volare tra i 500 e i 5.500 chilometri. Mosca e Minsk hanno firmato il loro patto nucleare lo scorso autunno e Lukashenko conferma la presenza nel Paese di «diverse decine» di testate tattiche russe. Sul terreno Mosca accelera, a luglio ha conquistato 713 km quadrati di Ucraina, contro i 79 recuperati da Kiev. È il quarto mese di seguito in crescita: 588 km quadrati a giugno, 507 a maggio, 379 in aprile, 240 in marzo. Numeri che per Putin «provano l’efficacia dell’offensiva lungo la linea del fronte». Ma la pressione militare costa. Secondo Trump, la Russia ha perso 112.500 soldati dall’inizio dell’anno, quasi 20.000 a luglio. L’Ucraina, nello stesso periodo, 8.000.










