«Conte sta giocando a pallettoni con noi». E continuerà a farlo, si dice tra i dem, fino alla fine. Fino a quando, cioè, si giocherà il match finale: la leadership del centrosinistra, la candidatura a premier. La scommessa dell’avvocato del popolo, sono convinti tra i dem, è che la segretaria del Pd arriverà a quel momento così sfiancata, logorata, stanca, appannata che batterla, presentandosi come l’unico in grado di guidare la nave, sarà un obiettivo possibile. L’esito è tutto da vedere. Ma ci proverà. Questa, ieri, era la riflessione amarissima che si faceva nel Pd, dopo il via libera del leader M5S a Matteo Ricci, candidato per le regionali nelle Marche, finito nella rete di una inchiesta.

Lette le carte, atteso l’interrogatorio, valutate le risposte dell’indagato, Conte ha fatto calare il suo verdetto: può andare. Anche se la risposta è stata accompagnata da una serie di “no” e “forse”: Ricci sì, ma Beppe Sala, sindaco di Milano, no (ieri, prima di un nuovo giro di arresti in città, ne ha chiesto le dimissioni), ed Eugenio Giani, governatore della Toscana, forse (decideranno i territori). E comunque, ha detto, nessuna alleanza organica è possibile. Perché non basta arrivare a Palazzo Chigi, servono alleati “affidabili”. Come dire: i vostri, quelli del Pd, non lo sono sempre. Insomma un sì, accompagnato da schiaffi. I più dialoganti, tra i dem, leggono questo acidissimo via libera come un tentativo di far passare decorosamente un’altra resa (il M5S accetta di sostenere un candidato di un altro partito, indagato) al proprio elettorato. Come un modo per far digerire, ai “puristi”, un altro tradimento rispetto alle origini.