Dopo 45 anni dalla strage, Dolores D’Elia ha solo un desiderio: «Rincontrare i pazienti ricoverati al 9°piano dell’ospedale Maggiore quel 2 agosto 1980. E i loro parenti». Infermiera, di soli 27 anni, quel sabato d’estate che doveva essere, «tranquillo», ha affrontato con le sue colleghe uno scenario da guerra. E ora lancia un appello per dare un nome a chi, anche passando di lì, si è salvato.
Che giorno era?
«Fino alle 10 del mattino perfetto, di calma assoluta. Avevamo finito il giro in reparto, somministrato le terapie, terminato le colazioni. Ad uno dei professori, in partenza per le vacanze verso la stazione, preparai anche un caffè e trattenendolo lo salvai, seppi dopo. Poi, mezz’ora dopo, è cambiato tutto. Sento ancora l’odore di bruciato».
Come vi siete date da fare?
«Difficile spiegarlo, perché su quelle barelle che arrivavano senza nome vedevamo l’impossibile. Erano ridotti così male che persino sfiorarli avrebbe voluto dire fargli più male. Io comunque fui addetta alle emorragie. Ma tra di noi c’era chi dovette occuparsi anche delle cose più impensabili».












