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Ultimo aggiornamento: 14:47
di Vittorio Bruni e Olivier Sterck*
Recentemente, una riduzione del 20% dell’assistenza umanitaria in uno dei campi profughi più grandi al mondo ha innescato una reazione a catena: sono aumentate fame e povertà, è diminuita la resilienza, si sono registrate ripercussioni su credito e mercati locali. Nel 2025, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno ridotto drasticamente i propri contributi alla risposta umanitaria mondiale. In passato, questi aiuti rappresentavano quasi la metà degli aiuti complessivi e oltre il 20% del bilancio operativo delle Nazioni Unite. Ma cosa succede quando questa linea di assistenza si interrompe?
Il nostro gruppo di ricerca dell’Università di Oxford ha cercato di rispondere a questa domanda studiando le conseguenze di un importante taglio agli aiuti umanitari avvenuto nel terzo campo profughi più grande al mondo: Kakuma, in Kenya. Qui, l’assistenza umanitaria rappresenta il 90% del reddito familiare, e gli aiuti umanitari sono cruciali per la sopravvivenza. A ottobre 2022, quando è iniziata la ricerca, la maggior parte dei rifugiati a Kakuma riceveva aiuti umanitari in forma di cibo e/o denaro pari a circa 17 dollari a persona al mese. Una cifra modesta, ma sufficiente a coprire i bisogni essenziali come cibo, legna da ardere e cure mediche di base. Inoltre, gli aiuti umanitari svolgevano un’altra importante funzione: permettevano ai rifugiati di indebitarsi quando le risorse finivano. A Kakuma, infatti, gli aiuti umanitari in denaro vengono erogati su carte di credito che i rifugiati utilizzano come forma di garanzia per indebitarsi in periodi di crisi. Poi, nel luglio 2023, l’assistenza ai rifugiati è stata tagliata del 20% e con la squadra di Oxford abbiamo analizzato gli effetti di questo taglio. Ecco cosa abbiamo scoperto:








