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Ultimo aggiornamento: 10:04

“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: genocidio. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì”. A parlare così, in un’intervista a Repubblica è lo scrittore israeliano David Grossman, da sempre attivo nel dibattito pubblico sulle questioni che riguardano il conflitto israelo-palestinese e in generale le guerre di Israele. In una di queste guerre Grossman ha perso un figlio di 20 anni, Uri, militare di leva nel conflitto con il Libano del 2006: fu ucciso durante un’operazione dell’Idf nel Sud la guerra in questione, è stato ucciso da un missile anticarro durante un’operazione delle forze di difesa israeliane per massimizzare quanto ottenuto contro Hezbollah poco prima della cessazione del fuoco imposto dall’Onu.

“Anche solo pronunciare questa parola, genocidio, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto – prosegue Grossman nell’intervista -. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza”.