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Ultimo aggiornamento: 8:00

Il 4 luglio di quest’anno Ciril Zlobec avrebbe compiuto cent’anni. Quante cose è stato Zlobec? Tantissime, e tutte vissute da protagonista. Nato nel 1925 a Ponikve, sul Carso sloveno, da bambino e ragazzo fu costretto a frequentare scuole italiane, dove lo sloveno era bandito. Nelle sue memorie scrisse di quando, a passeggio con il padre per Trieste, una camicia nera sputò in faccia al genitore perché parlava la sua lingua. Questo non gli impedì di amare particolarmente la letteratura italiana, tanto da tradurre in sloveno classici di Dante, Petrarca, Ariosto, Foscolo, Leopardi, Carducci, e poeti della sua generazione come Quasimodo e Ungaretti. Fu grande amico di Leonardo Sciascia.

Riguardo la sua poesia, la critica ha messo in rilievo come dal surrealismo degli inizi abbia poi maturato una poetica personalissima, basata su concetti cosmologici e sulle sue esperienze umane. È stato considerato soprattutto poeta d’amore, inteso nel senso più ampio e autentico del termine: “L’amore è la mia religione laica”, disse una volta. Insolito e significativo è il fatto che alla metà degli anni Ottanta, quando il verso libero prevaleva sovrano tra i mezzi espressivi della poesia slovena, il poeta percepì la necessità di una forma poetica formalmente più rigida: il sonetto.