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Ultimo aggiornamento: 22:59
“Noi non abbiamo difeso una banca, abbiamo difeso gli interessi nazionali e quindi il Golden Power“. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante il question time in Aula alla Camera, mercoledì 30 luglio è tornato a sorvolare sull’esistenza del diritto comunitario.
Giorgetti era stato chiamato in causa da Benedetto Della Vedova (gruppo misto – +Europa) sull’ingerenza del governo italiano nel tentativo di acquisizione di Bpm da parte di Unicredit, che ha visto Roma raggiungere l’obiettivo (l’acquirente ha da poco mollato il colpo) anche al costo di aprire uno scontro con la Commissione europea, la quale a metà luglio ha duramente contestato per iscritto il ricorso dell’esecutivo al Golden Power. Tanto duramente che, se la Presidenza del consiglio non saprà fornire chiarimenti esaustivi entro la fine della prossima settimana, l’Italia sarà messa in mora e il decreto Golden Power verrà fatto revocare d’imperio. E il fatto che Unicredit abbia rinunciato all’acquisizione di Bpm non sminuisce la portata della cosa, ma al contrario l’amplifica.
Eppure per Giorgetti la durissima lettera di Bruxelles quasi non esiste. Nella forma è “solo una richiesta istruttoria“, dice il ministro sostenendo che il governo risponderà nei tempi previsti non senza richiamare la sentenza del Tar del Lazio di inizio luglio, che a suo dire ha legittimato l’operato dell’esecutivo. Questionare su chi il Tar abbia legittimato o meno conta poco rispetto al fatto che il diritto comunitario prevale sul diritto amministrativo locale. Quindi delle due l’una: o Giorgetti non vuole legittimamente scoprire anzitempo le sue carte, oppure non ha in serbo alcuna carta perché quella del Tar non ha valore per Bruxelles.






