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Sette mesi dopo l'espulsione del generale Almasri, il governo chiarisce la scelta con la tutela della sicurezza nazionale. Una linea difensiva che potrebbe bloccare l’inchiesta sui ministri indagati

A sette mesi dall’esplodere del caso Almasri. Il governo esce allo scoperto e indica quella che fu la vera ragione della riconsegna alla Libia del generale-torturatore: la «sicurezza nazionale». Fu quello, si legge nella nota inviata da Palazzo Chigi alla Corte penale internazionale, il vero criterio seguito nella gestione della delicata vicenda scaturita dall’arresto a Torino di Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale. In sostanza, il governo sostiene che su tutta la vicenda è stata fatta confusione, la consegna alla Libia non fu un favore fatto al generale ma un provvedimento ostile da parte dell’Italia, che lo considerava una minaccia: «Almasri è stato rimpatriato in Libia non in esecuzione della richiesta di estradizione, né a seguito di una dichiarazione impropria di “inammissibilità” ma in ottemperanza a un provvedimento di espulsione emesso per motivi di ordine pubblico e sicurezza nazionale legati alla pericolosità del soggetto».