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Domenica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto che i detenuti italiani in Venezuela sono «una quindicina». Il più noto di loro è Alberto Trentini, il cooperante in carcere da novembre, che lo stesso giorno aveva potuto chiamare la famiglia per la seconda volta in otto mesi. Il numero citato da Tajani è una novità e per certi versi è sorprendente: finora non si sapeva che fossero così tanti e si pensava fossero circa la metà. Facendo altre verifiche, la stima sembra accurata.

Riguardano soprattutto persone italo-venezuelane perseguitate per motivi politici, e per questo il loro caso è diverso da quello di Trentini, che come loro – ma ben più di loro – è considerato dal governo autoritario di Nicolás Maduro una contropartita per ottenere qualcosa. Sempre domenica il ministero degli Esteri ha nominato per la prima volta un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. Anche questa è una grossa novità: Vignali è un diplomatico esperto e la sua nomina è ritenuta da chi segue la questione uno sviluppo importante, perché apre un nuovo canale di dialogo tra il governo italiano e quello venezuelano.

In Venezuela ci sono almeno 853 prigionieri politici di cui 81 stranieri, secondo Foro Penal (una delle principali associazioni per i diritti umani del paese). Non è strano che quelli italiani siano più di quanti si pensasse fino a poco tempo fa: in Venezuela chi si occupa di questo tema parla spesso di “porte girevoli” in riferimento al sistema con cui l’apparato poliziesco ogni settimana arresta pretestuosamente alcune persone e ne libera altre come risultato di uno scambio, un accordo, o perché non gli interessano più. Il governo non è trasparente sugli arresti e a volte le famiglie preferiscono non renderli pubblici, per evitare ritorsioni o non compromettere una trattativa. Potrebbero insomma essere effettivamente aumentati, oppure potrebbero essere emerse informazioni solo adesso.