«Io ero piccola però ricordo bene quei giorni. I moti di Reggio del 1970-71 furono una cosa violentissima: morti, feriti, attentati, barricate... Ricordo i lacrimogeni che pungevano gli occhi e i carri armati mandati per sedare la rivolta. Mai in nessun’altra città si sono visti carri armati sul lungomare in tempo di pace. Siamo andati tutti a vederli, e conservo ancora una fotografia di mia madre davanti a uno di quei cingolati».
Quella fu una sommossa popolare, poi arrivarono la prima e la seconda guerra di ‘ndrangheta, fra la metà degli anni Settanta e la fine degli Ottanta.
«Altri anni di violenza che non scorderò mai e che fecero più di mille morti. Ricordo una serie di scontri sul ponte di San Brunello che è dove abitavo all’epoca con la mia famiglia. Dal terrazzo guardavamo queste scene di guerra e mi viene in mente mio fratello, più piccolo di me, terrorizzato, che un giorno dice a mio padre: “Papà, perché non ci arrendiamo?”. Fra le tante cose successe in quegli anni c’è anche il fatto che proprio mio padre salvò, letteralmente, la scrittrice e giornalista Adele Cambria che era venuta lì per lavoro e che fu attaccata, per strada. Lui la prese e la portò su da noi...».
Anna Mallamo racconta tutto questo con la partecipazione di chi è ancora lì, adesso, su quel terrazzo. È tornata lassù più e più volte in questi ultimi anni, perché in quel punto e in quel tempo ci sono i germogli del suo Col buio me la vedo io, opera prima pubblicata da Einaudi che ha vinto il premio Mondello. Un romanzo che parla della sua Reggio Calabria, di ‘ndrangheta, di amicizia, di violenza, di famiglia...Ma soprattutto: lo leggi e ti sembra che nessuna cosa sia esattamente quella perché «ogni cosa vive del suo contrario», come dice lei. Classe 1962, Anna Mallamo è reggina di nascita e messinese di adozione. Un compagno, un figlio di 27 anni, dirige le pagine di cultura e spettacoli della Gazzetta del Sud e gestisce un blog sull’Huffington Post.






