Un mattino di otto anni fa, una colonna, formata da una quarantina tra i maggiori paleoantropologi mondiali, partiti da Torino, dove s’erano riuniti a congresso nel cuore di agosto, saliva verso la Grotta di Fumane. A guidarli, Marco Peresani, lo studioso che nel sito veronese aveva scoperto piume, artigli d’aquila, ossi e ciottoli, lavorati da chi per decine di migliaia di anni ne era stato inquilino. Prima di entrare, tutti i partecipanti fecero uno strano preambolo: s’inginocchiarono a chiesero scusa all’Homo di Neanderthal per averlo troppo a lungo considerato una sorta di scimmia.
A quel tempo il mea culpa sembrava una trovata in salsa woke di antirazzismo esteso alla Preistoria e, infatti, i decani della comitiva, come il francese Henry De Lumley e il torinese Dario Seglie, si mostravano tiepidi sulla revisione. Ma da allora altre prove, archeologiche e genetiche, si sono accumulate e oggi dobbiamo arrenderci all’evidenza: nella Media Età della Pietra, compresa tra 300 mila e 40 mila anni fa, non siamo stati gli unici a “cogitare”. In giro per il Vecchio Mondo c'erano (almeno) altri due tipi molto umani, il Neanderthal e il Denisova. Ed è sempre più chiaro che il Neanderthal aveva doti cognitive complesse, segnalate, come a Fumane, da pratiche di ornamento dei vivi e dei defunti. Oltretutto, nuove crono-tecniche all’uranio-torio hanno ridatato a 60 mila anni alcuni esempi di arte parietale iberica, che andrebbero, perciò, riattribuiti al Neanderthal.






