Il patto di Turnberry nasce avvolto da più di un giallo.
L'arena digitale, nella nota ufficiale diffusa dalla Casa Bianca, appare tutt'altro che marginale: per raggiungere l'intesa, Bruxelles ha garantito che "non adotterà né manterrà tasse per l'uso delle reti". Parole nette, che chiudono la porta alla fair share, la proposta europea volta a far pagare una quota equa alle Big Tech per l'uso delle infrastrutture continentali, da mesi incardinata accanto alla web tax nel capitolo fiscale dell'agenda comunitaria.
Una versione che conferma quanto trapelato alla vigilia dell'accordo scozzese, quando fonti europee avevano confidato che la stretta sul digitale - compresa la web tax, rilanciata ad aprile dalla stessa Ursula von der Leyen - fosse stata accantonata per ammorbidire il tycoon. Eppure, Bruxelles continua a negare che sia stata oggetto di scambio. Due narrazioni inconciliabili, che emergono anche su chip, farmaci e metalli industriali.
CHIP E FARMACI IN BILICO - Nella versione Ue, i due settori restano fuori dall'offensiva tariffaria del tycoon in attesa della chiusura delle indagini avviate da Washington. Anche in caso di sovrattasse, il tetto massimo sarà del 15%. Una soglia che potrebbe valere anche per il rame. Ma da Washington la narrazione è diversa: l'aliquota del 15% su medicinali e semiconduttori è data per acquisita, così come il rincaro del 50% sul metallo rosso.















