La partita sui dazi per il governo Meloni non è affatto conclusa: tocca studiare nei minimi dettagli l'intesa raggiunta dall'Ue e continuare a lottare per salvaguardare il più possibile gli interessi dell'Italia.
Strappando esenzioni per alcuni settori cruciali (come le eccellenze del settore alimentare e della moda) e aiuti concreti da parte di Bruxelles.
Fatte queste premesse, è inevitabile che - concordato il 15% di massima - nei palazzi si inizi a riflettere anche sulle contromosse per limitare i danni economici e sociali dei nuovi balzelli a stelle e strisce.
Diverse le leve ritenute possibili: la revisione del Pnrr del valore di 14 miliardi; la riprogrammazione dei fondi di coesione in favore dei soggetti colpiti che dovrebbe valere altri 11 miliardi; la battaglia per la modifica o sospensione del patto di stabilità; l'apertura, senza troppi tentennamenti, a nuovi mercati per l'export. Mentre nessuno nell'Esecutivo mette in conto la necessità di una manovra correttiva: non se ne parla, tagliano corto in diversi ambienti ministeriali qualificati.
E il motivo è "tecnicamente" semplice, si spiega: non ha senso inserire nella finanziaria di quest'anno degli stanziamenti per contributi che devono essere ancora decisi. Al momento c'è un accordo politico generale di massima tra Usa e Ue sui dazi che dovrà poi essere pazientemente definito settore per settore. Si dovranno poi valutare gli effetti reali sull'economia e sui singoli comparti. Per fare tutto ciò, insomma, servirà tanto di quel tempo da rendere superfluo un intervento sui conti dell'anno in corso.












