Pollice dritto, ma con prudenza. A caldo la premier Giorgia Meloni si limita a commentare l’intesa sui dazi base al 15% con poche parole: «Giudico positivo ci sia un accordo, ma non posso giudicare il merito se non conosco i dettagli». Poi, in una nota congiunta con i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, promuove innanzitutto il metodo: la soluzione è frutto di un lavoro di squadra che «ha evitato di «cadere nella trappola di chi chiedeva di alimentare uno scontro frontale tra le due sponde dell’Atlantico». Due le precisazioni: la base dell’accordo, che «scongiura il rischio di una guerra commerciale», è «sostenibile» se ricomprende i dazi precedenti; per i settori che dovessero risentirne l’esecutivo è pronto «ad attivare misure di sostegno a livello nazionale», ma si chiede a livello europeo di fare altrettanto.

Se il primo set è andato, insomma, sarà il secondo a decidere il finale di partita per l’Italia: i particolari e la lista delle eccezioni che potranno godere di tariffe azzerate. Alcune sono state anticipate da Ursula von der Leyen, tra cui aerei e alcuni prodotti agricoli, ma Meloni proverà a concentrare tutti i suoi sforzi per tutelare il Made in Italy, da vino e formaggi a lusso e design, passando per componentistica e moda. Le imprese restano con il fiato sospeso. Federvini ieri sera esprimeva «forte preoccupazione», Cna e Legacoop Agrolimentare bollavano l’accordo come «non soddisfacente».