C'è un mestrino che ha sfiorato l'Oscar. Che ha vinto l'ultimo David di Donatello per la fotografia di "Io capitano" di Matteo Garrone. Cura la fotografia di film e serie televisive in tutto il mondo. «Il cinema, che è un racconto per immagini, senza la fotografia sarebbe uno schermo vuoto, grigio», dice. Ha un cognome famoso, Carnera, ma col Primo gigante e campione non ha nessuna parentela. Paolo Carnera, 68 anni, è appena rientrato dall'Asia dove ha lavorato al film americano "The White Tiger" ed è impegnato con Sollima nella realizzazione di una serie tv sul "Mostro di Firenze".

Che famiglia erano i Carnera?

«Papà veneziano, madre vicentina. Mio padre Bruno era disegnatore capo dell'ufficio tecnico all'Italsider di Porto Marghera, mia madre, Liliana, insegnava lettere alla scuola media Giulio Cesare di Mestre. Mio fratello Alberto, ora in pensione, ha insegnato Fisica all'Università di Padova. Da bambino abitavo in Corso del Popolo, in un palazzo nuovo, di fronte al Cavalcavia, e dalla finestra vedevo tutti i campi che andavano fino alla laguna. In via Torino non c'era niente, con gli amici in bicicletta arrivavamo a Forte Marghera. L'infanzia l'ho passata tra quei campi e la parrocchia di via Aleardi. Ho frequentato il liceo Franchetti, eravamo in tanti negli Anni 70 di grande attività scolastica e delle lotte dei movimenti studenteschi: sono stato eletto nel primo consiglio d'istituto, assieme a Roberto Bonzio e a Carlo Forte, uno giornalista, l'altro professore».