VENEZIA - Le veneziane Rosalia Molin e Paola Costantini, “le buranelle” sparite nel 1991 mentre andavano al cinema a Jesolo. Il frate Michele Bottacin, missionario in Angola mai più tornato da un’escursione in Cadore nel 2002. La padovana Isabella Noventa, uccisa nel 2016 secondo una sentenza passata in giudicato. Tre storie diverse, accomunate però da un fatto che ha reso ancora più angosciante la loro scomparsa, agli occhi dei rispettivi familiari e amici: i loro corpi non sono mai stati ritrovati. Ma se mai un giorno saranno rinvenuti dei resti, sarà più semplice riconoscerli come i loro, grazie all’accordo raggiunto dalle istituzioni del Veneto. Si tratta del protocollo d’intesa per l’identificazione dei cadaveri senza nome, un’iniziativa che potrebbe sembrare un macabro argomento da cronaca nera, se non riguardasse in realtà il dolore di centinaia di famiglie.
Secondo la Relazione annuale del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, nel 2024 in Veneto è stata denunciata la sparizione di 876 persone. Va detto che ci sono stati 846 ritrovamenti, relativi anche a casi degli anni precedenti, ma nello stesso tempo risultano ancora da rintracciare 191 fra uomini e donne di tutte le età, compresi pure i minori. A volte però accade che vengano individuate delle salme, o anche solo delle ossa, il che «costituisce il drammatico epilogo di una vicenda di scomparsa e comporta rilevanti conseguenze sia sul piano umano che sotto il profilo giuridico per i risvolti di natura civilistica e patrimoniale determinati dall’assenza prolungata di una persona», si legge nella delibera con cui la Regione ha recepito il patto per l’identificazione stretto appunto con il Commissario, oltre che con la Procura generale e le Procure della Repubblica, le Prefetture, tre aziende sanitarie o ospedaliere, altrettanti Comuni capoluogo e Anci.






