“Zoldo non è un paese né una valle che prende il nome dal suo fiume, ma è – o per meglio dire, era – una dimensione dello spirito”. Soltanto le pietre del Mas di Sabe e il “grande spirito” dei letterati potrebbero confessarci se è stato più Sebastiano Vassalli a dare alla Val di Zoldo o la valle bellunese a dare al romanziere ligure. Marco e Mattio (Rizzoli), il romanzo storico che Vassalli preparò trasferendosi nella valle zoldana per un periodo, e pubblicò nel 1992, dopo aver vinto il Premio Strega con un altro romanzo storico – La chimera (1990) -, è un dono prezioso che solo un poeta visionario con i piedi ben saldi nella realtà come lui poteva comporre.

Un libro che sembra impregnato della fuliggine delle miniere e delle fucine zoldane, impastato nel fango e nelle acque del Maé e allo stesso tempo inchiodato all’ingiustizia, alla brutalità, al mistero della storia sconosciuta dei miserabili senza nome e ricordo. “La curiosità per la vita al di fuori dell’uomo: nelle erbe, negli insetti, nelle montagne, nei mondi lontani, è il legame che unisce tra loro i protagonisti della mia storia, ed è anche ciò che li unisce al loro autore, la ragione che mi ha spinto a cercarli, e a farli rivivere”, spiega Vassalli nell’introduzione del suo romanzo. Il “folle” ciabattino Mattio Lovat, figura realmente vissuta tra fine ‘700 e inizio ‘800 a Casal di Zoldo e morto a Venezia nell’isola di San Servolo nell’ospedale psichiatrico dopo aver tentato il suicidio, e il misterioso Don Marco, l’ “ebreo errante” di letteraria memoria.