Sebastiano Vassalli era nato nella neoavanguardia del Gruppo ’63, e alla poetiche che circolavano in quegli anni si ispirarono con decisione i suoi primi libri, da Narcisso a Tempo di màssacro, sarcastica ricognizione del mondo bipolare d’allora, con fantasioso turbinio di accenti tonici: per i quali Giorgio Manganelli parlò di «immagini felicemente impossibili, stelle pantagrueliche, grotteschi fonici, frammenti di ilari citazioni, schegge di nobili e fatiscenti edifici. Il risultato è una euforica bisboccia verbale, sconnessa e avvampante, una sorta di furibonda, drammatica, enigmatica festa».
L’eredità di Sebastiano Vassalli nel brano perso di Io Partenope
Uscirono per Einaudi, nella collana dedicata agli sperimentalisti, e segnarono l’inizio di una lunga fedeltà, non esente da brontolii e abbandoni, e di una profonda amicizia a fasi alterne con l’editore e con Roberto Cerati, il direttore commerciale e deus ex machina dello Struzzo.
Poi, grazie ai consigli di Giulio Bollati, grande amico e forse mentore, capì qual era la sua vera strada, e scrisse libri rimasti classici come La notte della cometa, dedicato al suo «babbo matto», il poeta Dino Campa, o La Chimera, quella dal celebre incipit «Dalle finestre di questa casa si vede il nulla». L’autore novarese – anche se nato a Genova - è mancato dieci fa, nel luglio del 2015, ma continua a essere ben presente.






