Il 28 e 29 luglio si terrà in Vaticano il primo Giubileo dei missionari digitali, un incontro internazionale promosso dal Dicastero per la Comunicazione che radunerà influencer cattolici, evangelizzatori online, content creator e operatori della comunicazione digitale provenienti da tutto il mondo. L’obiettivo? Riconoscere, valorizzare e accompagnare una realtà già viva e operante nei social e sul web, dove centinaia di donne e uomini annunciano ogni giorno il Vangelo con linguaggi nuovi, nei contesti più diversi della rete.

In questa intervista, Padre Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, spiega il significato dell’iniziativa e riflette sul rapporto tra la Chiesa e la cultura digitale: dalle opportunità della rete ai rischi da affrontare, passando per la formazione dei missionari digitali, il ruolo dell’intelligenza artificiale e la sfida di mantenere autentico il messaggio evangelico anche nell’epoca degli algoritmi.

Padre, che cosa significa oggi essere missionari digitali nel contesto della Chiesa?

Significa esattamente ciò che ha sempre significato essere missionari nella Chiesa: portare la gioia e la speranza di Gesù a chi ancora non lo conosce o lo ha dimenticato. Oggi questo annuncio passa anche attraverso nuovi ambienti, come quello digitale. Essere missionari digitali significa dunque continuare la stessa missione, ma all’interno della cultura contemporanea. Non è un’invenzione recente: è un’evoluzione naturale.