Quando all’improvviso, la mattina di venerdì 25 luglio il dipendente (delegato Fiom-Cgil) che si era presentato al lavoro nonostante la febbre ha ricevuto la lettera di licenziamento, si è sentito male. A causa di un calo di pressione si è seduto e poi sdraiato a terra, fino all’arrivo della guardia medica. Secondo quanto ha scritto l’azienda nella lettera di licenziamento “risulta evidente la condotta lesiva della buona fede”, avendo, il dipendente, “usufruito dei permessi 104 non spettanti” mentre l’Inps avrebbe erogato “il trattamento non dovuto” e il dipendente si sarebbe reso responsabile della “violazione degli obblighi di diligenza e fedeltà”.
Fabio Orlando, invece, ritiene di essere sempre rimasto in buona fede e di essersi comportato correttamente. Operaio specializzato, lavora nel reparto di finitura e sbavatura di pezzi per turbine a gas e aeronautica, e lavora in questa azienda da 25 anni. Due figli, dal 2021 usufruisce dei permessi garantiti dalla legge 104 per poter assistere la moglie alla quale quattro anni fa è stata riconosciuta l’invalidità. Orlando, che aveva diritto a 3 giorni al mese di sospensione dal lavoro per accudire la moglie, avrebbe dovuto fare la revisione ma quando ad aprile si è accorto del problema, “causato da una svista”, lo avrebbe comunicato sia all’azienda e sia all’Inps. Così i 3 giorni di permesso erano stati trasformati in ferie. L'azienda dice di aver scoperto dall’Inps che la pratica per il suo permesso aveva necessità di revisione per poter ottenere ancora la copertura. Accortosi di non aver provveduto, Orlando dice di essersi rivolto alla commissione medica che per il caso si riunirà a settembre. Il sindacato aggiunge che, tra l’altro, “l’ufficio del personale dell’azienda avrebbe dovuto sapere che il certificato necessitava della revisione, e avrebbe potuto informare il dipendente che avrebbe provveduto”.






