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25 LUGLIO 2025
Ultimo aggiornamento: 15:06
Mi strappo (la maglietta) ma non mi piego. In almeno dieci anni di wrestling su Italia 1 in compagnia di Dan Peterson una cosa non abbiamo mai visto: Hulk Hogan perdere. Sanguinare sì, tremare e barcollare pure, finire supino e incosciente sul ring anche, ma sconfitto da qualche sfidante mai. Terrence Gene Bolley, per la WWE “The Incredible” Hulk Hogan, è stata la più travolgente, autentica, sacrosanta icona pop del wrestling mondiale.
L’equivalente di Cassius Clay nella boxe, di Maradona nel calcio, di Senna nella Formula 1. “Oooh, amici sportivi, ecco un regalo per voi”. La mano a frullo verso le ali di folla, poi aperta sull’orecchio come a dire “non vi sento”, Hulk ha sempre avuto, dopo pochi secondi di apparizione, il pubblico dalla sua. Almeno negli anni d’oro, tra il 1984 e il 1988, prima che l’incredibile tonalità di giallo dei suoi capelli e mustacchi, che lo rendevano più un camionista scandinavo che un boscaiolo della Georgia (il nonno paterno era originario di un paesino vicino Vercelli), lasciassero spazio alla posticcia versione dark e bad dell’ultimo decennio di carriera (si è ritirato nel 2012), il rito della vittoria che risorge all’improvviso dopo un match difficile faceva andare chiunque in visibilio.










