Niente di brutto ti può succedere da Tiffany: Audrey Hepburn-Holly Golightly oggi andrebbe a fare la sua Colazione da Tiffany in abito da sera, guanti di raso nero e occhiali scuri non sulla 5th Avenue, ma in via Montenapoleone. Se a Milano fino a poco tempo fa c’era il negozio di via della Spiga, ora ci sono tre luminosissimi piani e la boutique più grande in Europa, seconda solo ai dieci piani del Landmark newyorkese. «Prima avevamo un consolato, ora abbiamo anche l’ambasciata», ama sintetizzare Anthony Ledru, presidente e ceo di Tiffany & Co. E l’ambasciata è un trionfo di fiori, cristalli, marmi rosa, opere d’arte, divani, lampade, gioielli, luce, aria, storia. Perché proprio qui? Intanto per il bisogno simbolico della casa madre (il gruppo Lvmh ha acquistato il brand nel 2021 con un investimento di 16 miliardi) di aggiungere un indirizzo prestigioso alla mappatura dei Tiffany’s nel mondo, «e non in un edificio qualunque, ma nel Palazzo Taverna, una dimora neoclassica del 1835». Poi c’è «il rapporto speciale tra Tiffany e l’Italia». Sorpresa: gli italiani «sono in cima alla lista dei turisti che visitano il Landmark», siamo quelli che, se vanno a New York, vogliono provare il brivido di sentirsi come Audrey-Holly e aggirarsi tra diamanti, zaffiri e lucchetti a forma di cuore.