Quando Donald Trump, fin dal suo insediamento, ha cominciato a sparare ordini esecutivi presidenziali a raffica, interpretando in modo molto estensivo i suoi poteri, ignorando vincoli di legge e invadendo il campo del Congresso, molti, pur consapevoli della gravità della crisi, invitavano a non fasciarsi la testa: «L’America è uno Stato di diritto: la magistratura rimetterà le cose sui giusti binari». Alcuni casi clamorosi hanno fatto emergere quasi subito che Trump, dopo aver trasformato il ministero della Giustizia in una specie di suo ufficio legale (la ministra Pan Bondi e il vice, Todd Blanche erano suoi avvocati), non era disposto a fermarsi, almeno sugli atti di maggiore rilevanza politica e mediatica: alcuni interventi della magistratura sono stati disattesi fingendo errori, disguidi o altro. Casi clamorosi ma limitati? A distanza di mesi è possibile un primo bilancio frutto del lavoro di magistrati in pensione e del Washington Post. Ne viene fuori che dall’insediamento del 20 gennaio a metà luglio sono state presentate 337 denunce contro atti dell’Amministrazione Trump ritenuti illegali. Le corti hanno condannato il governo in 165 casi: ordini e divieti ignorati o aggirati in 57 casi, più di un terzo del totale. Il campionario è vasto: a volte il ministero della Giustizia non ha tenuto conto delle disposizioni dei giudici (incoraggiato dalle invettive di Trump contro la «tirannia giudiziaria»), in altri casi non sono stati forniti gli elementi probatori disponibili o sono state date informazioni false. In altri ancora i divieti sono stati aggirati trovando un pretesto.