Uno strano incidente diplomatico tutto interno al Vaticano sembra suggerire l’esistenza di due linee contrapposte della Santa Sede sul Medio Oriente. Da un lato le parole di Papa Leone XIV – che aveva indicato al premier dello Stato ebraico Benjamin Netanya hu «l’urgenza di proteggere i luoghi di culto e soprattutto i fedeli e tutte le persone in Palestina e Israele» - e del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che al Corriere della Sera si era detto certo che «la Chiesa non è un “target”». Entrambi impegnati non solo per il cessate il fuoco, ma perla fine della guerra a nella Striscia, e allo stesso tempo prudenti sull’attribuzione delle responsabilità per l’uccisione di tre persone nella parrocchia cattolica della Sacra Famiglia in Gaza.
Su un altro versante, arrivano dichiarazioni che appaiono come un tentativo di correggere la rotta da parte del segretario di Stato vaticano. Il cardinale Pietro Parolin si fa sentire con un’intervista al Tg2Post in cui rivendica la legittimità di «dubitare» che il raid non sia stato determinato da «una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei». «Quindi ha osservato il segretario di Stato vaticano -, ci sarebbe ancora una volta una volontà di far fuori qualsiasi elemento che possa aiutare ad arrivare ad una tregua perlomeno e poi ad una pace».






