L’ottimo intervento di ieri a firma Annalisa Terranova su queste pagine deve aprire un dibattito, a mio avviso per lo più interno, sulla Cultura a destra. Per troppi decenni si è andati in ordine sparso senza un progetto vero che aggregasse le poche anime, che però c’erano, di un mondo culturale che aveva fatto i conti col proprio passato molto prima della sua classe politica di riferimento. Se i partiti di centro e di destra, fino all’arrivo del governo Meloni, hanno lasciato il controllo della cultura alla sinistra, anche quando governavano loro, devono fare per primi il mea culpa. La scusa, “non ci sono artisti o intellettuali schierati con noi”, regge fino ad un certo punto.

La sinistra i registi, gli scrittori, gli attori di riferimento se l’è coccolati negli anni. Naturalmente in cambio di una militanza politica, soprattutto da red carpet. Poi era sottointeso che arrivavano direzioni e finanziamenti pubblici vari. Insomma un sistema ben oliato tra giornali, intellettuali, produzioni e segreteria di partito. Quindi, quando a sinistra, si accusa questo governo di occupare le poltrone ci si può solo sganasciare dalle risate. Il tema è un altro: la destra cosa fa? Si vuole ricalcare lo schema passato di un gramscismo ma dalla parte opposta osi vuole per la prima dal Dopoguerra portare avanti un vero progetto culturale? Sì, perché un progetto culturale vero la sinistra non l’ha avuto con una destra completamente assente per troppi anni. Da circa vent’anni come un mantra lo provo a spiegare attraverso la mia piccola ma intensa attività artistica e culturale: riscoprendo sulle scene teatrali D’Annunzio e Marinetti, sulle pagine della rivista CulturaIdentità e nelle attività dei Festival delle Città Identitarie che portiamo in tour nella provincia italiana. Ma il problema più grande che pare insormontabile è quello di unire le varie anime culturali della destra. Troppo individualiste. Chissà forse per una forma mentis o per un modello di riferimento che vede più agli interessi personali che ad un progetto di gruppo. Insomma più al pragmatismo con il quale Mussolini prende il potere nel ventennio che allo spirito libertario ed aggregativo dannunziano dell’occupazione di Fiume del’19. Stadi fatto che a destra si va ognuno per conto proprio e quando si sta nella stanza dei bottoni dopo aver vissuto ghettizzati per anni si va in hubris, in una sorta di eccitazione e onnipotenza che offusca la mente. È umano succede a tutti ma le rivoluzioni si fanno insieme, gli uomini soli fanno sempre una brutta fine. Ed allora visto che giustamente si parla di nuovo immaginario culturale, che abbiamo contribuito a costruire quando lanciammo sul palco del teatro Manzoni nel febbraio del 2018 CulturaIdentità, è giunta l’ora dell’aggregazione intorno ad un progetto.