È dai tempi di “Drive In” che l’egemonia culturale della sinistra nel pop è finita, la grande rivoluzione fu quella della tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume.

Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono, nonostante i ripetuti assalti di incompetenti di varia natura e colore. Salvo le maestre, il resto della truppa (con eroiche singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carrierina, l’influenza sulla formazione degli italiani del domani.

Basta un’analisi dei libri di storia, di scienze, di geografia e, naturalmente, di letteratura per scoprire da che parte pende la bilancia dell’ingiustizia culturale, ma se saliamo in cattedra il quadro è ancor più tragicomico perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione pur meritevole di attenzione è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi, nella sua autonomia, lei li sta tradendo”.