Naturalmente si comincia con una domanda: che cos’è il buongusto? Che se ne trascina un’altra: che cosa è cultura e che cosa no? Alla seconda uno può cavarsela con “Tutto è cultura”, che però, così come “Tutto è politica” ci trascina subito sul terreno del nulla. È illuminante che questo gustoso saggio di Andrea Minuz, Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore, pagg. 246, euro 19) si apra con un richiamo a Pierre Bourdieu, per cui l’egemonia culturale era in sostanza un’egemonia del gusto determinata dalle classi elevate e fatta piovere in testa a quelle subalterne. La domanda di cui sopra diventa perciò: “Chi decide che cosa sia o no cultura?”.
C’ERA UNA VOLTA GRAMSCI
Da qui all’aggancio con Antonio Gramsci, è un attimo. Perché secondo Gramsci la battaglia per l’egemonia presuppone che il movimento operaio per affermarsi dovrà impadronirsi degli strumenti culturali di analisi e di costruzione della propria coscienza politica. Peccato che ancora non si sia capito bene se in Italia questa benedetta egemonia culturale sia stata esercitata dalla destra (per esempio democristiana) o dalla sinistra delle università, delle scuole, dei giornali, delle case editrici. Una cosa chiara è che, scissa l’arte dall’impegno politico, passati cioè dall’Einaudi di Calvino e Vittorini si è approdati al riflusso ideologico degli anni Ottanta e a una cultura tutta fatta di alti e bassi, fumetti, b movies. La superiorità intellettuale aggregata nella famosa e pensosa intellighenzia di sinistra, si è disciolta nel brodo del “middlebrow”, traghettata forse suo malgrado dalla trasformazione di un quotidiano come Repubblica in un “partito di Repubblica”, dal moralismo del Partito comunista al Pd dei carrozzoni gay. Ma soprattutto il predominio della cultura si è polverizzato contro la società dei social, dell’uno vale uno dell’esibizionismo Instagram, nella infinita replicabilità di idee infantilizzate e ridotte a meme. Un fenomeno che si sta ripercuotendo sulla ricezione della cultura stessa, laddove la soglia media di concentrazione è di 19 secondi e gli studenti di cinema non guardano Chaplin, Fellini o Kubrick perché non vogliono che i loro film (quelli che al momento girano solo nella loro testa) ne siano influenzati.






