Presence è una ghost story. Letteralmente: è l’entità che infesta la nuova dimora dei Payne la protagonista del nuovo film di Steven Soderbergh. È attraverso il suo punto di vista – i suoi occhi sono quelli della macchina da presa – che seguiamo una famiglia dai rapporti sfilacciati per meno di un’ora e mezza. Questo regista prolifico, che ama sperimentare e avventurarsi senza paura in sentieri inesplorati, fa un’incursione nell’horror, anche se il risultato non è necessariamente molto horror. Tuttavia, è permeato dall’impalpabile presenza del titolo che per i Payne è fonte di disagio e timore e per loro, sì, l’idea di vivere in una casa infestata è tutt’altro che gradevole. Presence è piuttosto un singolare thriller psicologico/dramma famigliare che stravolge i canoni del paranormale con una mossa shyamaliana.Rebecca (Lucy Liu) trasloca in un’ampia villa assieme al marito Chris (Chris Sullivan), al figlio Tyler (Eddy Maday) e a sua sorella minore Chloe (Callina Liang). Rebecca è autoritaria e sentimentalmente stitica nei confronti della secondogenita, che ha appena perso la cara amica Nadia e non riesce a trovare nella madre uno spiraglio di empatia o di supporto emotivo. Solo il padre, comprensivo e sempre presente nella vita dei figli, la sostiene. Il fratello è il classico jock arrogante e “bro” con cui i battibecchi sono frequenti, nonché il preferito di Rebecca, totalmente incapace o incurante di manifestare platealmente il suo favoritismo. Uno sguardo invadente e, dapprima, impercettibile, ne segue le quotidianità fatta di conflitti e incomprensioni: è quello dello spirito, dapprima spaesato, spaventato e incerto, poi più a suo agio e sempre più coinvolto dalle vicende dei Payne, in particolare di Chloe e del suo fidanzato Ryan (West Mullholland).Rinchiuso in quelle quattro mura, come Graham, il protagonista del primo film di Soderbergh Sex Lies and Videotape, la presenza non può fare altro che fluttuare in un’esistenza sospesa osservando le vite degli altri. L’idea che gli spiriti siano sempre e comunque una minaccia è ampiamente diffusa, ma le alternative sono molteplici: possono essere innocui o ignorare i viventi, e possono anche diventare dei guardiani del focolare o dei protettori che si curano dei propri coinquilini umani. Da The Others a Låt den rätte komma in – Lasciami entrare, la rielaborazione dell’ Altro” è stato declinata secondi posizioni meno meno antropocentriche: possono essere gli spiriti a sentirsi importunati dai vivi, come può accadere che gli esseri soprannaturali scelgano di vegliare sulle persone a cui si affezionano. In Presence, lo spettatore si immedesima con lo spirito: Soderbergh non mostra mai altre inquadrature oltre a quelle corrispondenti alla sua prospettiva.Soderbergh ha optato per una soggettiva “fantasmatica”. Al Sundance Film Festival ha spiegato di essere ricorso a fotocamere mirrorless Sony A9 III per rappresentare lo sguardo incessante e invisibile dello spirito e ottenere l’effetto fluido dei movimenti di un’entità immateriale. Il risultato è un film stilisticamente uniforme costruito su piani sequenza che si susseguono per tutta la durata del film. Anche Mike Flanagan – sì, ogni scusa è buona per nominarlo – aveva adottato la stessa soggettiva in The Haunting, ma solo per un episodio, mentre Soderbergh non l’abbandona mai. Chris Sullivan, che con il regista aveva già lavorato alla serie The Knick, ha spiegato che la tecnica adottata da Soderbergh ha sortito un effetto “teatrale”. Agli attori è sembrato di girare un dramma da camera, uno spaccato familiare da play ibseniana con un tocco soprannaturale: “Ogni piccola scena era come uno spettacolo teatrale, perché non c'è montaggio all'interno di queste scene. Steven ha girato con una fotocamera Sony montata su questo supporto che ha costruito lui stesso per essere il più leggero possibile, in modo da poter girare lunghe riprese con un obiettivo così ampio da consentire di vedere i 180 gradi di una stanza. Quindi, come attore, anche se pensi di non essere ripreso dalla telecamera, in realtà lo sei”.Il risultato è un film sospeso, contenuto e intimo, teso come lo deve essere una storia di case infestate ma sempre lontano dagli intenti dell’horror: Presence è concepito – e non è l’unico nel panorama recente delle pellicole sul soprannaturale, basti pensare a Bring Her Back – per esplorare l’elaborazione del lutto dal punto di vista di qualcuno che non è più in vita. Non ci sono poltergeist sanguinari e vendicativi ma silenziose presenze spettrali, non ci sono jump scare e scene splatter ma momenti inquietanti e voyeristici che inquietano tramite lunghe inquadrature grandangolari. Gotico moderno a budget limitato, elegante, virtuoso e sperimentale, Presence è una scommessa che Soderbergh ha vinto alla grande.
Presence, la ghost story di Steven Soderbergh che ti fa sentire nei panni del fantasma
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