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In sala l’atteso horror psicologico "Presence". Una prova di virtuosismo non fine a se stesso
«Come possiamo tornare in casa nostra?», domanda Lucy Liu al marito (Chris Sullivan) in Presence , il nuovo attesissimo film di Steven Soderbergh, appena uscito. Noi spettatori entriamo a far parte del mistero che abita quella casa, ma non solo: siamo anche testimoni di un’opera realizzata con una tecnica sperimentale che lascia ammirati. Il film inizia con un unico piano sequenza, nel buio di una casa vuota e svestita di quasi tutto se non per uno specchio di cui la medium dice «gli specchi vecchi sono meglio di quelli nuovi, sono come gli anziani, hanno visto più cose».
Cosa ci fa una medium nella casa della famiglia Payne? È venuta a verificare se effettivamente c’è una presenza. Perché la figlia (Chloe) la sente. Quando Cece, l’agente immobiliare, ha mostrato la casa ai quattro membri della famiglia, la madre Rebekah (Lucy Liu) se n’è innamorata subito, ma presto qualcosa non torna. Chloe - da poco vittima di una tragedia che le ha tolto la sua migliore amica - avverte qualcosa che si aggira per casa. Il fratello (Tyler) pensa che si sia bevuta il cervello con qualche droga, la madre non le crede, il padre invece si dimostra più sensibile, la vuole aiutare.






