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Ultimo aggiornamento: 11:46 del 11 Luglio
“Tutte le mattine mi domando chi me l’ha fatto fare di tornare in Italia, è una questione di trattamento e di dignità. Io mi sono formata al massimo, sono tornata qui e sono stata messa in condizioni di svantaggio. Ho un sentimento di profonda delusione. Noi stiamo formando la generazione del futuro, ma da questo lavoro ormai in tanti scappano. È un problema che investe un’intera classe lavorativa che diventa però, a cascata, anche un problema sociale”. Silvia ha 39 anni e tre figli di 9, 6 e 4 anni. È veneta, insegna italiano a Modena ed è rientrata in Italia da superqualificata per lavorare nel mondo della scuola: dopo 5 anni in Francia, dove ha conseguito un dottorato in Linguistica, nel 2017 è rientrata insieme al marito e al primo figlio. Ha nel curriculum anche una laurea magistrale e un master in didattica dell’italiano per insegnare l’italiano agli stranieri. Da otto anni riceve solo incarichi precari. “Abbiamo deciso di rientrare, perché volevamo stare nel nostro Paese e ci piaceva l’idea di poter restituire l’investimento fatto su di noi dalla scuola pubblica italiana”. Ma quell’idea di restituzione, spiega al dorso bolognese del Corriere della Sera, al momento resta una strada tutta in salita, fatta di precarietà, stipendi bassi, disoccupazione e sorpassi da parte di chi il titolo per insegnare se lo è “comprato” all’estero. Ha sempre avuto supplenze annuali e per questo si considera tra i fortunati, ma quest’anno non è andata così e il suo contratto è finito il 7 giugno, “il che significa un altro pezzo di stipendio in meno e niente 500 euro di card del docente che aiuterebbero molto ad aggiornarsi e acquistare materiale. Ogni anno spendo mille euro circa di tasca mia tra corsi di aggiornamento, cancelleria, libri. E l’estate non è certo una passeggiata”.






