L’idea era sviluppare un nuovo approccio terapeutico per le malattie autoimmuni. “L'innovazione sta nel plant molecular farming: usiamo le piante come biofabbriche. Identifichiamo il peptide proteico legato alla malattia autoimmune e la esponiamo sulla superficie di un virus vegetale, con il quale infettiamo una pianta da laboratorio. Il virus si replica nella foglia, producendo il nostro farmaco, che viene poi estratto dalle foglie”, spiega Valentina Garonzi, ceo di Diamante.
La Pmi innovativa nasce nel 2016, quando Garonzi aveva appena 25 anni. Un percorso che combina una laurea in economia aziendale, un master in Management presso Polimi Graduate School of Management e la realizzazione di un progetto a impatto sociale che coniuga imprenditorialità e innovazione scientifica.
Come nasce tutto?
“Da un'intuizione di Linda Avesani, ricercatrice in biotecnologie all'Università di Verona. Dopo un primo progetto finanziato dal Mise, con ottimi risultati su kit diagnostici e un vaccino per il diabete di tipo 1 (con remissione in modelli animali), aveva già tentato uno spin-off che non andò a buon fine per mancanza di competenze economiche. La sua storia mi colpì, e dopo due anni, quando mi ha ricontattato, ho accettato la sfida. Ho collaborato con Linda e Roberta Zampieri (oggi presidente dell'azienda e allora Ph.D student coinvolta da Linda sul progetto) per un business plan che ha vinto diverse competition universitarie. Visto l'interesse di investitori ed esperti, abbiamo deciso di fondare Diamante”.






