Dobbiamo davvero immaginare un futuro senza squali? Molte delle specie di elasmobranchi sono sul pianeta da più di 400 milioni di anni. Una presenza sempre più minacciata dagli impatti antropici, soprattutto dalla pesca, dalle catture occidentali e dal degrado degli habitat. Una percentuale compresa tra il 32 e il 37% è, secondo l’IUCN (Unione mondiale per la conservazione della natura), vulnerabile, in pericolo o in pericolo critico. Con un declino delle popolazioni che, negli ultimi 50 anni, è addirittura stimato del 71%. Sotto osservazione il Mediterraneo: qui rischia una specie su due.
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Le specie a rischio
Arrivano ora da un nuovo studio ulteriori evidenze sullo stato di conservazione delle specie e, soprattutto, sulla loro “resilienza” rispetto alle sfide in atto. Utilizzando modelli demografici basati su parametri biologici come età alla maturità, longevità e fecondità, la ricerca - appena pubblicata sulla rivista internazionale Fish and Fisheries - ha analizzato 82 popolazioni del Mediterraneo appartenenti a 51 specie differenti di squali e razze, stimandone il cosiddetto “rebound potential”, ovvero il tasso con cui una popolazione può crescere una volta interrotta la pressione della pesca. In sostanza, il potenziale di recupero delle singole specie rispetto agli stress indotti dall’uomo, e tradotti in un declino delle popolazioni.






