Le aziende del vino non ci stanno. I dazi americani al 10% per i produttori non sono "un compromesso accettabile" come invece li ha definiti il governo. E alle parole del ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani che sabato 28 giugni mattina a Budoni, in Sardegna - ribadendo la posizione già espressa dalla premier Giorgia Meloni - dice le barriere commerciali al 10% "non arrecherebbe danni al nostro sistema industriale”, Unione italiana vini controbatte dicendo che un accordo con quella percentuale non s’ha da fare.

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Questo perché “le imprese del vino italiano destinano verso gli Stati Uniti il 24% del proprio export per un valore, nel 2024, di 1,94 miliardi di euro”. Il totale delle esportazioni di vino è 8,1 miliardi, il vino risulta essere quindi un settore molto esposto, rispetto ad altri comparti, basti dire che la media export nazionale negli Usa è di poco più del 10%, meno della metà rispetto al vino. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio di Uiv tra le principali imprese del Paese, il danno stimato sul fatturato d’oltreoceano si attesterebbe infatti in una forchetta tra il 10 e il 12%, su cui influisce anche il cambio euro/dollaro. Per il 90% delle imprese intervistate (il cui giro d'affari aggregato supera i 3,2 miliardi di euro), i consumatori non sarebbero in grado di assorbire l’extra-costo allo scaffale determinato dal dazio al 10%. Da qui l’opinione condivisa in larga maggioranza dal panel che l’impatto per le imprese sarebbe complessivamente rilevante nel 77% dei casi: “medio alto” per il 61% e “molto alto” per il 16%.